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La Sabina e il suo “oro”

Il territorio che chiamiamo Sabina si estende dai confini del comune di Roma, lungo la riva sinistra del fiume Tevere, fino ai Monti Sabini. Questa meravigliosa terra è costituita in particolare da colline che da millenni sono ricoperte di olivi. Lo testimonia lo storico e geografo greco, Strabone, che nella sua opera composta da diciassette libri, Geografia, descrive così la Sabina oltre due mila anni fa: “Il paese dei Sabini è abbondevolissimo di ulivi e di viti”.

Il territorio sabino è ricoperto anche da vallate molto verdi e da boschi di querce e di faggi. Alcuni colli sono stati occupati dalla costruzione di borghi medioevali, come nel caso di Castelnuovo di Farfa. La bontà dell’olio di oliva di questa terra, giustamente definito “oro verde”, è testimoniata da medici, botanici e storici che già due millenni fa ne decantavano le proprietà terapeutiche e alimentari. Tra essi, il padre della medicina occidentale, Ippocrate di Coo, che intuì forse per primo le qualità terapeutiche dell’olio di oliva 2.300 anni fa. Teorie confermate nella stessa epoca dallo scienziato e filosofo Teofrasto e successivamente da Cicerone e da Plinio il Vecchio.

Infine nel primo secolo dopo Cristo dal medico naturalista Pedanio Dioscoride e nel secondo secolo dopo Cristo dal famoso medico greco Galeno, che collocò l’olio di oliva al centro di preparati e di terapie. L’olio extravergine di oliva della Sabina a Denominazione di Origine Protetta ha ottenuto il riconoscimento europeo nel 1996.

La coltivazione dell’olivo e la produzione di olio in Sabina hanno una tradizione plurimillenaria, come confermano le migliaia di maestosi olivi secolari e le numerose testimonianze storico archeologiche di età romana e pre-romana. L’olio in Sabina, quello buono, quello tutelato, riveste un ruolo importante nella vita delle persone. Molto dell’economia e della quotidianità della Sabina gira intorno a questo meraviglioso dono della terra che attrae sempre più gente e investimenti. Questo prodotto è pericolosamente esposto a due grandi rischi: uno storico, la disonestà. L’altro nuovo e forse sottovalutato: il cambiamento climatico.

Per quanto riguarda il rischio di frodi, piccole e grandi, i produttori olivicoli, i frantoi e gli imbottigliatori di una vasta zona della Sabina, che comprende quarantasei comuni della provincia di Roma e Rieti, hanno costituito venticinque anni fa il Consorzio Sabina DOP che non ha fini di lucro e si propone con il proprio statuto di vigilare che sia rispettato il disciplinare di produzione, di garantire i consumatori sulla qualità e la genuinità del prodotto Olio Extra Vergine di oliva D.O.P. “Sabina” e infine di tutelare, valorizzare e promuovere il prodotto attraverso convegni, studi, partecipazione a mostre, fiere e degustazioni guidate. Il secondo rischio, quello delle conseguenze del cambiamento climatico, forse meriterebbe uno studio specifico e un approfondimento, perché l’olio d’oliva, che non è soltanto il re della nostra tavola, ma un bene prezioso di cui siamo il secondo esportatore al mondo, dopo la Spagna, rischia di subire, come accade a moltissimi prodotti agroalimentari, i peggiori effetti dei cambiamenti climatici.

Questi rappresentano infatti la prima causa del peggior calo della produzione di olio d’oliva italiano negli ultimi 25 anni. Il 2018 è stato uno degli anni peggiori per l’olio d’oliva nel nostro Paese. La flessione in Italia è stata del 57%, contro il 20% del Portogallo e il 42% della Grecia, per restare ai paesi europei produttori, a causa soprattutto dei fenomeni meteo estremi provocati dai cambiamenti climatici. Una filiera messa a dura prova, dunque, non solo dalla Xylella e dall’eccessivo uso di pesticidi, ma soprattutto da quegli effetti del riscaldamento globale che siamo erroneamente portati a definire “maltempo”, vale a dire gelate alternate a lunghi e drammatici episodi di siccità.

Non si tratta sempre e solo di “fatalità”: è la scienza a dirci che “bombe d’acqua”, ondate di calore, siccità, e tutti i fenomeni meteorologici estremi, sono sempre più intensi e frequenti proprio a causa dei cambiamenti climatici. Secondo l’Ismea, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, l’olio di qualità riconosciuto nell’Unione Europea, è per il 40% rappresentato da marchi italiani, 46 prodotti a denominazione (di cui 4 Igp): un numero altissimo, soprattutto se consideriamo che la Spagna, il primo produttore, ha meno riconoscimenti di noi. Dobbiamo quindi pensare a tutelare un patrimonio non solo economico e ambientale, ma anche gastronomico e culturale. Quello che sta accadendo ai nostri ulivi non è il frutto di un clima impazzito, ma la conseguenza di un clima che reagisce alle scelte sbagliate dell’uomo.

Tratto dal libro “Sabina magica. Il borgo di Castelnuovo di Farfa” di Giuseppe Manzo

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